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panoramica slide

carta viaggiatoreInizialmente la strada correva su argini sopraelevati per agevolare il cammino a piedi o a cavallo e i trasporti su ruota in un territorio ancora in buona parte coperto di macchie boschive, specchi palustri e zone acquitrinose.
Il superamento dei corsi d’acqua era assicurato da ponti in muratura, talora veramente monumentali come quello di Tiberio a Rimini a cinque arcate, iniziato da Augusto e considerato punto di arrivo della Flaminia e di partenza dell’Aemilia.
'Stationes' e 'mansiones', antenate delle moderne stazioni di posta e locande, costeggiavano la strada al servizio del viaggiatore per la sosta e il cambio dei cavalli.
La lunghezza del percorso e le distanze fra tappe erano fornite dai miliari in pietra posti a ogni miglio (=1476 metri ) e recanti spesso anche il nome dell’autorità responsabile della manutenzione o del restauro. Per la via Emilia si conoscono una trentina di miliari.
Le carreggiate extraurbane erano costituite generalmente da una massicciata di ghiaie e ciottoli fluviali (viae glarea stratae). I tratti in attraversamento dei centri cittadini avevano lastricature in basoli lapidei (viae silice stratae) o acciottolati, con marciapiedi o gradini di delimitazione.
In uscita dalle città i due lati della strada erano fiancheggiati da monumenti sepolcrali destinati a perpetuare il ricordo degli abitanti.
Questa strada consolare costituì anche un'ottima via di comunicazione per la distribuzione dei prodotti in tutto l'impero, come confermano anche i resti di numerose villae rustiche dislocate nelle aree limitrofe e dotate, nella maggior parte dei casi, di pozzi per l'acqua e impianti per la macinazione dei cereali.

ricostr fattoriaL’ager bononiensis si estendeva a est fino al fiume Idice ed era stato diviso e assegnato ai coloni centro-italici subito dopo la fondazione della colonia. In quest’area è documentato un popolamento sparso e diffuso, fondato su un’economia agricola, che doveva aver goduto di un certo livello di benessere specialmente nei primi due secoli dell’Impero (fine I a.C.- metà II d.C.)
Varie erano le tipologie architettoniche: si potevano avere edifici complessi caratterizzati da una parte residenziale (pars urbana) con apprestamenti di pregio e da un settore dedicato agli impianti e alle attività agricole (pars rustica). Oppure si avevano aziende agricole organizzate intorno a una corte chiusa, oppure ancora, assai frequentemente, piccole e medie fattorie più modeste nella planimetria e nell’uso dei materiali da costruzione.
Spesso le fondamenta erano realizzate con laterizi, mentre per la costruzione degli elevati si sceglievano materiali deperibili, come il legno e l’argilla. Ogni edificio doveva avere un pozzo nelle immediate vicinanze per soddisfare il fabbisogno di acqua potabile.
La conduzione dei fondi agricoli era affidata ai coloni che vi abitavano: alla coltivazione dei cereali e della vite si accompagnavano le attività di trasformazione alimentare e di produzione artigianale collaterale, necessarie in un’economia improntata a una sostanziale autosufficienza.

[nell'immagine: ricostruzione ipotetica di fattoria romana]

glirariumStrano a dirsi, ma in verità al tempo dei Romani non era così inconsueto...
Nel territorio di San Lazzaro è specialmente nella zona collinare sopra la via Emilia che si concentrano numerosi punti abitati a carattere sparso, corrispondenti a edifici rustici con destinazione sia residenziale che produttiva e a piccoli agglomerati rurali.
La produzione cerealicola rappresentava il fattore economico principale e spesso le testimonianze archeologiche rivelano un certo benessere goduto dai proprietari di queste grandi fattorie o ville rustiche. A volte però si trovano reperti un po' particolari...
È il caso di un 'glirarium' rinvenuto nella fattoria di Roncadello di Sotto, che testimonia la pratica di una particolare forma di allevamento di animali destinati alla tavola: i ghiri.
Il grande dolio ha proprio questo scopo: all'interno del recipiente, areato grazie a una serie di fori, gli animaletti destinati all'ingrasso potevano muoversi lungo alcuni camminamenti e cibarsi in piccole vaschette sotto l’orlo del vaso.
La gastronomia romana conosceva infatti diverse ricette per cucinare questo roditore, il cui successo culinario durò per parecchi secoli, fino a quando in epoca tardo-imperiale questa abitudine alimentare decadde definitivamente.

 
 

carta viaggiatore

Fino a pochi decenni fa, si riteneva che l’origine di San Lazzaro di Savena fosse da collocare all'XI secolo, quando le fonti ricordano per la prima volta una località chiamata Ronco Maruni, luogo in cui, forse perché scarsamente popolato, verso la fine del XII secolo fu fondato il nuovo lebbrosario bolognese, al di fuori dalla cerchia muraria e a cui poi San Lazzaro deve il nome.
Le numerose scoperte archeologiche degli ultimi tempi hanno rivelato che l'area era in verità insediata fin da epoche precedenti. In epoca romana, in particolare, questo territorio rurale, posto fra i centri urbani di 'Bononia' e 'Claterna', era attraversato dalla via Emilia, un'arteria pulsante di traffici sin dall'antichità.
Grazie alla scoperta e all'esplorazione di un pozzo romano su via Caselle, distante in linea d’aria poche decine di metri dalla sede del municipio, è stato possibile confermare l’esistenza di un nucleo abitato sulla via Emilia, più o meno coincidente con il centro attuale. Nonostante la scomparsa delle tracce strutturali dell’insediamento cui il pozzo faceva capo, lo si è giustamente ritenuto un'ulteriore testimonianza di quella rete di insediamenti rurali, imperniata su piccole fattorie e ville rustiche che punteggiavano la pianura bolognese e di cui sono emerse numerose tracce in tempi recenti.
Abbiamo anche un'importante fonte a cui far riferimento: la 'Tabula Peutingeriana' (IV sec. d.C.), una vera e propria mappa stradale che raffigura tutte le terre riunite sotto il potere politico di Roma e segnala le distanze esatte fra i vari centri abitati e i principali punti di interesse e di sosta. Questa colloca, lungo la via Emilia, a sei miglia da 'Bononia' e a quattro da 'Claterna', nei pressi dell’attuale borgata di Idice, una stazione di posta dal nome di 'Isex flumen'. La località contrassegnava l’incrocio fra la via Emilia e un tracciato viario parallelo al fiume, corrispondente a una delle diramazioni della via Flaminia 'minor', in discesa dal crinale Idice-Sillaro. Confermano la sua esistenza sia i materiali romani di reimpiego nella ex chiesa di S. Giacomo, ora civile abitazione, sia il fatto che la sua funzione di stazione fu poi ereditata dal vicino e collegato ospizio per pellegrini, noto fin dall’XI secolo.

 

GromaLa romanizzazione di un territorio come quello dell’antica Emilia-Romagna procedeva programmaticamente per tappe successive comprendenti la fondazione o rifondazione di colonie, l’occupazione stabile delle campagne da parte di persone provenienti soprattutto dall'Italia centrale, la gestione del territorio agricolo attraverso l’utilizzo di uno schema di ripartizione regolare dei terreni: la centuriazione (da 'centuria', il nome dell'appezzamento quadrato di circa 710 metri per lato).
In territorio sanlazzarese tracce della ripartizione poderale romana - che costituiva la base anche per la rete di comunicazioni, per le infrastrutture di drenaggio e scolo delle acque di superficie - sopravvivono a valle della linea ferroviaria, soprattutto in destra Idice.
Il delicato compito di organizzare e distribuire ordinatamente il territorio spettava a tecnici specializzati, gli agrimensori o gromatici, simili agli odierni geometri, che si avvalevano di uno strumento – la groma, munita di due bracci formanti quattro angoli retti e relativi fili a piombo – grazie alla quale era possibile tracciare sul terreno allineamenti perfettamente ortogonali.
Gli agrimensori applicavano il metodo a seconda delle circostanze e della situazione che di volta in volta affrontavano in loco. Tendenzialmente seguivano un orientamento “secundum coelum”, ossia su base astronomica e quindi collegata ai punti cardinali, ma all'occorrenza agivano "secundum naturam”, ovvero regolandosi sulla specifica condizione del terreno su cui operavano.
Questo spiega perché in un’area vasta si possano registrare diversi tipi di centuriazione, anche divergenti fra loro. In altri casi, come avviene in Emilia-Romagna, fu la via Emilia a divenire il caposaldo di riferimento.

[nella foto: Parco Archeologico di Carnutum (Austria), “Römerfest” 2008: ricostruzione dell’uso della groma (fotografia di Matthias Kabel)]

carta viaggiatoreProviamo a viaggiare con l'immaginazione... anzi a metterci nei panni di un viaggiatore, sì ma del passato!

Sei in procinto di partire, vuoi trovare l’itinerario più breve e anche dove dormire e mangiare.... Oggi ricorreresti a una delle innumerevoli mappe o applicazioni disponibili sul web, a portata di smartphone.
Ma se la macchina del tempo ti riportasse al tempo della civiltà romana, come potresti viaggiare confortevolmente e trovare tutte le informazioni utili a percorrere le migliaia di chilometri della rete stradale dell’impero?
Consulteresti una mappa, come quella giunta a noi col nome di 'Tabula Peutingeriana', copia di un originale risalente con probabilità al IV sec. d.C.
Si tratta di una carta stradale che raffigura tutte le terre sotto il potere politico di Roma, sino ai remoti confini dell’India e della Cina! È un documento straordinario, costituito da un lunghissimo rotolo di pergamena dipinta con la rappresentazione di circa 200.000 km di strade, che mostra anche monti, mari, fiumi, foreste, città e luoghi di sosta... e dove sono indicate anche le distanze tra le tappe!

Stupefacente è anche il fatto che vi si possa trovare l’indicazione precisa di un luogo sanlazzarese, e per di più ancora esistente! A sei miglia da Bononia la mappa romana registra infatti una mutatio, cioè una stazione di posta, dal nome 'Isex fl(umen)', in vicinanza del guado del fiume. Le sue funzioni sono state successivamente ereditate dalla chiesa di San Giacomo dell'Idice, poi trasformata in oratorio privato e infine adibita ad abitazione privata (attuale via Emilia 383).

alba etruschiQuale migliore modo per conoscere meglio la cultura villanoviana, se non godersi un suggestivo docu-film girato da bravissimi rievocatori storici?

Definita come “la più remota espressione della civiltà etrusca, un'esperienza fondamentale per la definizione dell'identità culturale italiana”, la cultura villanoviana - che deve il suo nome a Giovanni Gozzadini che scoprì il primo nucleo di tombe a essa attribuibile presso la sua tenuta, la Villa Nova, nei pressi dell'attuale svincolo autostradale di San Lazzaro - si colloca cronologicamente nell'Età del Ferro, nei secoli fra il IX e il VII a.C., e geograficamente tra la pianura padana dell'attuale Emilia-Romagna e la Campania, dall’Adriatico al Tirreno.

Il video offre anche l'occasione di conoscere e ammirare splendidi oggetti conservati in diversi musei della regione, che rivivono nella loro remota quotidianità, grazie all'interazione delle immagini con le scene di rievocazione storica, curate fedelmente nei minimi particolari.

“L'alba degli Etruschi” è un docu-film del 2015, di Corrado Re, Nico Guidetti e Jeris Fochi, promosso da IBC – Servizio Musei e Beni Culturali e prodotto da Media Vision Cine & Video e Res Bellica, anche il Museo della Preistoria ha contribuito alla sua realizzazione.

 Guarda il VIDEO pubblicato su YouTube >> link  

Questa storia parte dal territorio di San Lazzaro al tempo dei Romani e arriva fino a... Londra!

 Aveva sotterrato tutti i suoi averi, sicuro che sarebbe potuto tornare in qualsiasi momento a riprenderseli. I risparmi di una vita! Ben 15 monete d’oro che aveva faticosamente messo insieme, a cominciare da quando nel 31 a.C. – militando nella legione VI di Marco Antonio – aveva ricevuto come paga un bell’aureus fatto coniare appositamente dal leader politico per ricompensare le truppe appena prima della battaglia di Azio. 

Si sa come andarono le cose: Antonio fu sconfitto da Ottaviano, destinato ad assumere il potere e a diventare primo imperatore di Roma, e i congedati con onore si ritirarono in gran parte a vita privata. Alcuni di essi si stabilirono a Bononia. A lui toccò un fiorente podere a Colunga e qui terminò probabilmente l’esistenza. Ma il suo gruzzolo era destinato a rimanere nascosto fino a quando nell’Ottocento fu scoperto casualmente dal mezzadro che lavorava gli stessi campicelli. La moneta più bella, quella più rara, quella ricevuta ad Azio fece subito gola ai collezionisti e dopo una serie di passaggi di mano è finita al British Museum, dove né è ricordata la provenienza da San Lazzaro di Savena.

Chi l’avrebbe mai detto che al legionario senza nome sarebbe toccato in sorte non di riavere il suo tesoro, ma un eterno ricordo e un fantastico viaggio attraverso il tempo da Colunga a Londra!

aureus colunga

 

[photo by courtesy of The British Museum London]